Di isola in isola, di parola in parola
Malta dista circa 90 chilometri dalla Sicilia. Non la si vede all’orizzonte, a meno di non raggiungere qualche punto elevato. Per arrivarci con una canoa ci vogliono più di ventiquattro ore — il che significa navigare di notte, orientandosi con le stelle.
Un articolo di Michael Marshall tradotto questa settimana su Internazionale racconta cosa è successo quando l’archeologa Eleanor Scerri ha scavato nella grotta di Latnija, nella parte nord di Malta: ha trovato cenere di focolari, utensili in pietra, ossa di cervo con segni di macellazione. La datazione al carbonio colloca queste tracce a 8.500 anni fa, un millennio prima di quanto si credesse. Ma il dato più significativo è un altro: si trattava di cacciatori-raccoglitori, quelli che per decenni la comunità scientifica aveva ritenuto incapaci di attraversare il mare aperto. Lo studio, pubblicato su Nature nel 2025, ha costretto a riscrivere non solo la preistoria di Malta ma l’intera cronologia della navigazione nel Mediterraneo.
L’articolo ripercorre le prove che si stanno accumulando: l’ossidiana di Melos nella grotta di Franchthi, datata a 13.000 anni fa; utensili nelle isole greche che risalgono forse a 200.000 anni fa ; l’arrivo degli umani in Australia almeno 50.000 anni fa, possibile solo via mare. La navigazione intenzionale è molto più antica di quanto si pensasse, e le tracce materiali — le ossa, la cenere, la pietra lavorata — sono il modo in cui l’archeologia è riuscita a dimostrarlo.
C’è un altro modo, però, per ricostruire viaggi preistorici: la linguistica, che ci racconta una storia di navigatori di epoca non molto successiva, dall’altra parte del mondo. I Saisiyat sono uno dei popoli indigeni di Taiwan. Nella loro lingua la parola per dire “grazie” è ma’alo’. Alle Hawaii, a novemila chilometri di distanza, la parola per dire “grazie” è mahalo. Il collegamento non sembra casuale: il linguista Robert Blust, dell’Università delle Hawaii, ha proposto, partendo da un’osservazione semplice, una teoria con conseguenze enormi. Delle milleduecento varianti linguistiche austronesiane - il 20 per cento di tutte le lingue umane - nove sottogruppi su dieci si trovano solo a Taiwan. Secondo la teoria di Blust la più grande migrazione marittima della storia umana sarebbe partita proprio da lì.
Ho incontrato questa storia traducendo Isola ribelle di Jonathan Clements, una storia di Taiwan pubblicata da EDT. Clements la colloca in fondo al libro, nell’ultimo capitolo, perché la teoria di Blust ha preso piede solo negli ultimi decenni. La sequenza che ricostruisce è questa: circa cinquemila anni fa, uomini provenienti dalla Cina meridionale attraversarono lo stretto di Taiwan, fino ad allora invalicabile. Sull’isola svilupparono poi le tecniche di navigazione necessarie a ripartire, mille anni dopo, lungo la catena delle isole Batan verso le Filippine, e poi nel resto del Pacifico - Indonesia, Micronesia, Malesia, fino al Madagascar a ovest, e intorno all’800 dopo Cristo, nella direzione opposta, fino alle Hawaii e all’Isola di Pasqua. A sostegno, Blust ha offerto tra l’altro un certo numero di parole austronesiane che indicano cose che esistevano a Taiwan - piante, animali, il “clima freddo” - ma che nei luoghi di arrivo, migliaia di chilometri più a sud, non esistevano affatto.
Cronologia della diffusione dei popoli austronesiani nel Pacifico
Due storie indipendenti, due oceani, popoli che non sapevano nulla gli uni degli altri. L’archeologia ritrova una cena cucinata ottomila anni fa su un’isola che nessuno pensava raggiungibile; la linguistica traccia una parola attraverso novemila chilometri e cinquemila anni. Metodi di indagine diversi che convergono su una medesima conclusione: la capacità di attraversare il mare, e il coraggio di farlo, sono molto più antichi di quanto credessimo.
Nel libro di Clements c’è un’avvertenza che vale la pena ricordare. La teoria dell’origine taiwanese è potenzialmente attraente per chi ha interessi geopolitici: basterebbe un singolo studio falso nella rivista giusta per trasformare una scoperta linguistica in una rivendicazione territoriale della Cina su trentasette stati sovrani, dalle isole Salomone alle Fiji.
Le storie antiche possono avere conseguenze moderne. Il modo in cui le raccontiamo non è mai neutro.
La foto in alto è del dottor Huw Groucutt dell’Università di Malta. La mappa è dell’utente Wikimedia Pavljenko.