Questa guerra è un pretesto?
“Uno dei piaceri di parlare con una collega è che possiamo concederci il lusso di discorrere del passato. La storia di questo tipo di trasfigurazioni alchemiche della democrazia mediante la guerra è lunga.”
Lo dice Timothy Snyder a Ruth Ben-Ghiat in una conversazione in live video, e quella frase mi ha colpita: due storici americani si concedono il lusso di parlare del passato proprio mentre il presente sta prendendo una piega che il passato può aiutarci a riconoscere. Vale la pena di seguirli.
La conversazione parte da una domanda semplice — perché adesso? — e da lì si sviluppa su quattro assi che si intersecano: la guerra come strumento autocratico, il fascismo (e i suoi limiti, nel caso specifico di Trump), la psicologia del potere e le possibilità concrete di resistenza, istituzionale e dal basso.
Snyder mette subito le cose in chiaro: secondo il diritto internazionale, la guerra contro l’Iran è un crimine di aggressione. Il fatto che il presidente abbia potuto mobilitare le forze armate senza passare per il Congresso non è una forzatura procedurale: è una rottura costituzionale. Ben-Ghiat aggiunge una prospettiva comparata: gli autocrati vanno in guerra per sopravvivenza personale, non per ragioni di stato, e il “modello Venezuela” ha dato all’amministrazione americana l’illusione di poter replicare un’operazione lampo su una scala incomparabilmente più grande, senza una conoscenza approfondita delle differenze di scenario e dei rischi potenziali di un’allargamento del conflitto all’intero Medio Oriente.
Vi traduco qualche brano della conversazione:
Ben-Ghiat: La guerra, per un autocrate che si sente vulnerabile sul fronte interno, vuoi perché la sua popolarità è in calo, vuoi perché la corruzione sta diventando più sfrontata, o la base si disaffeziona, è una possibilità e spesso l’autocrate è tentato di lanciarsi in un’impresa militare che gli offra la possibilità di avocare a sé poteri speciali o dichiarare uno stato di emergenza. Anche perché spesso la guerra ha un effetto unificante. Viene dunque da chiedersi: perché proprio adesso?
Snyder: Penso che ci troviamo in una situazione di quel genere, ci sono tutti i sintomi tipici. Ma non sono sicuro che funzioni come al solito, con la propaganda che raccoglie la popolazione intorno al leader. […] Diciamo che c’è una guerra contro l’Iran, magari a novembre sarà una guerra contro Cuba, per il momento è contro l’Iran. Quindi non possiamo tenere delle elezioni normali. Dobbiamo prendere delle precauzioni. Quindi facciamo una specie di “regime change” furtivo, passivo-aggressivo.
Ben-Ghiat: Esatto. Ieri parlavo con Anne Applebaum e notavamo quanto la situazione sia strana. […] Persino Mussolini, quando decise di prendere l’Etiopia, fece un grande lavoro di propaganda preliminare, anche se non c’erano elezioni imminenti e in teoria non gli interessava granché di cosa pensasse la gente. Questa volta invece non è andata così. Non c’è stata costruzione del consenso perché non è di questo che stiamo parlando.
Snyder: Siamo in guerra, ed è abbastanza ovvio che si tratta di una guerra di aggressione illegale. […] È anche una guerra condotta senza rispettare alcuna norma legale americana. Il Congresso non ha dichiarato guerra a nessuno. C’è questa idea curiosa - che suona molto russa - che non la si dovrebbe nemmeno chiamare guerra. Meglio chiamarla “operazione militare speciale”.
Se l’esecutivo può disporre delle forze armate come gli pare, in un certo senso siamo già al disastro costituzionale. […] Credo che la cosa di cui Trump ha più paura quest’anno è che i Repubblicani a novembre le prendano. E fa bene ad avere paura. Perché parla così tanto da rendere ovvio e trasparente che lui è proprio il tipo di persona che farebbe scoppiare una guerra per pilotare un’elezione.
Dopo una digressione — divertente e istruttiva — sul fatto che a Trump e ai suoi mancano la popolarità, le capacità e la soglia di attenzione necessarie per essere fascisti in modo autentico, Snyder torna sul rischio più concreto: la federalizzazione delle elezioni di novembre usando la guerra come pretesto. Come si reagisce, come si resiste?
A questo punto Ben-Ghiat dice qualcosa che vale la pena di tenere a mente:
Quando si arriva a un punto di rottura? Quando emerge un vero movimento? Quando le strutture che sostengono il regime iniziano a manifestare un’instabilità interna. Ci vogliono movimenti sia all’interno delle strutture che sostengono il regime che dal basso. […] Il cambiamento, in ultima analisi, arriva dal basso. Noi possiamo essere presenti in moltissimi modi, possiamo opporre resistenza e competenza. Possiamo opporci alle contraddizioni e alle ipocrisie, senza giudicare le persone che sono ancora vittime della disinformazione. Questo tipo di educazione civica è fondamentale. Entrambi, pur non avendo sfere di cristallo, abbiamo previsto molte cose che poi si sono verificate: vediamo schemi, personalità, strutture, e sappiamo come vanno le cose quando c’è un fattore di stress come una guerra. È sconfortante vedere come la storia si ripete, ma cerchiamo di informare le persone in modo che possano reagire e contribuire a mitigare il disastro. Se qualcuno agisce contro gli interessi del paese, opporre resistenza è un gesto patriottico, qualunque sia la forma di resistenza - pacifica e nonviolenta - che ci conviene di più.
La conversazione è in inglese, il video lo trovate qui: