Quello che penso dei social

Nel 2014 Nate Silver aveva un milione di follower su Twitter e ogni link che pubblicava portava traffico reale al suo sito. Nel 2025 ne ha tre milioni ma il traffico portato dai social verso il suo substack è diventato irrilevante. Questi due numeri, da soli, raccontano un decennio.

Il titolo del suo pezzo è “Social media has become a freak show”- che è più o meno quello che pensiamo tutti - solo che Silver lo argomenta con i dati e dal punto di vista molto particolare di chi i social li ha usati per quindici anni come canale editoriale, con milioni di lettori dall’altra parte.

Silver è uno statistico e giornalista americano, diventato celebre per aver previsto con precisione quasi chirurgica i risultati delle presidenziali del 2008 e del 2012. Ha fondato FiveThirtyEight, il sito di data journalism che ha cambiato il modo di raccontare le elezioni americane, portandolo prima sotto l’ombrello del New York Times, poi di ESPN/ABC News. Quando nel 2023 Disney ha smantellato la redazione, Silver se n’è andato e ha fondato Silver Bulletin, la sua newsletter su Substack, dove continua a fare quello che ha sempre fatto: leggere i numeri e dire quello che vede.

La sua non è l’ennesima riflessione sociologica su cosa i social hanno fatto al comportamento delle persone (anche se una riflessione ben articolata sull’argomento la leggerei molto volentieri). È una ricostruzione quantitativa dal punto di vista di un utente con centinaia di migliaia di follower e una “postura” da testata giornalistica. E quello che racconta risuona, dalla mia modestissima posizione, con la mia esperienza.

Quando, nella prima metà degli anni Dieci, ero un’utente attiva e vorace di Twitter, la mia esperienza era molto diversa da quella delle persone che mi circondavano. Ricordo colleghe traduttrici che mi dicevano, sconsolate: “Twitter è il male”, “Twitter è una gabbia di matti”, “Twitter è una fogna”. Reagivo con sincero stupore perché il mio Twitter era un posto bellissimo dove trovavo informazioni di primissima mano su qualunque avvenimento di attualità, analisi intelligenti a breve distanza di tempo dagli eventi, persone interessantissime da seguire, gustosi flame che mi godevo sgranocchiando metaforici popcorn, e in generale un’informazione di qualità tagliata su misura per le mie esigenze.

Silver descrive esattamente quell’arco — e lo quantifica:

Su Facebook, di tanto in tanto, un articolo di FiveThirtyEight diventava “virale”. E quando succedeva, sembrava che accadesse letteralmente per caso. Non c’era nemmeno una correlazione precisa con il titolo. C’era però una correlazione inversa con il livello di approfondimento e la qualità del pezzo. Ma non solo: quel traffico “virale” era quasi privo di valore. Si trattava perlopiù di persone che visitavano il sito per un tempo che andava dai 5 ai 30 secondi, leggevano uno o due paragrafi e non tornavano più.

A metà degli anni Dieci Twitter premiava le informazioni che meritavano di essere diffuse o la competenza riguardo a una certa materia […] La versione di Twitter pre-Elon Musk era anche incredibilmente felice di lasciarti dirottare del traffico fuori dalla piattaforma.

Verso la fine degli anni Dieci Twitter si è “evoluto” in una direzione più faziosa e meno pluralista […] ed è anche diventato molto più woke, in mancanza di un termine migliore per definirlo. L’imposizione del pensiero del branco si è fatta rigida, non diversamente da quello che succede oggi su Bluesky.

E questo forse spiega perché - come tanti - sono passata a Bluesky, ma con poca convinzione, e non vi ho trovato quello che trovavo nel Twitter dei tempi d’oro. Oggi lo apro raramente, cerco un utente o un argomento che mi interessa, e poi lo chiudo. E se non trovo quello che cerco mi tappo il naso e apro X.

Silver conferma poi qualcosa che chi pubblica contenuti online ha ormai interiorizzato:

Mi sento di affermare senza tema di smentita che per [Silver Bulletin] i social sono una fonte di busness secondaria che si avvia a diventare terziaria, e credo che questo sia vero per gran parte degli editori. Il panorama è ben diverso da quello di dieci anni fa, quando Facebook era considerato una gallina dalle uova d’oro.

Poi c’è il quadretto di quello che X è diventato (accompagnato nell’articolo da una grafica eloquente che vale il clic):

Si nota chiaramente che Twitter è diventato molto di destra. Ma direi che c’è una seconda tendenza altrettanto importante: gli account più seguiti sono di bassissima qualità. Elon, grazie al boost algoritmico che ha creato per se stesso, si trova al centro della scena, naturalmente. Ma per dirne una, l’account Catturd (Merdadigatto) ha un engagement decisamente superiore a quello del New York Times.

Eviterò di commentare i singoli account - qualche eccezione comunque c’è - ma gli account di orientamento liberal che hanno ancora una rilevanza su Twitter non sono molto meglio. Sono faziosi, litigiosi e talvolta propagano disinformazione.

E ancora:

Twitter sembra una città fantasma. Per certi argomenti ha ancora una sua utilità: la discussione sull’IA sulla piattaforma, per esempio, è spesso relativamente valida. Ma per un tema come la guerra in Iran è quasi inutilizzabile. I link a siti esterni sono notevolmente penalizzati e nessun espediente è particolarmente utile. Quindi il vantaggio tangibile di avere 3 millioni di follower è in realtà estremamente misero. Tuttavia non sono solo in questo: i tweet del New York Times, nonostante i suoi 53 milioni di follower, spesso prendono solo qualche centinaio di like, retweet e risposte, anche quando si tratta di breaking news.

Poi, verso la fine, ho trovato un’osservazione importante anche a proposito di Substack:

Gli account di successo su Substack spesso rivelano la correzione degli errori commessi dai dirigenti delle testate mainstream che, tutti intenti a combattere l’ultima guerra o a perseguire i loro obiettivi politici o ideologici, a volte si alienano le penne migliori.

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ha scritto per il New York Times per venticinque anni. Alla fine del 2024 se n’è andato: l’editing era diventato sempre più invasivo e gli hanno sospeso la newsletter interna con la motivazione che scriveva “troppo spesso”. Su Substack pubblica quasi ogni giorno e ha superato i 500.000 iscritti. I media tradizionali cacciano le loro firme migliori e Substack le accoglie.

Qui c’è l’articolo completo di Nate Silver.