Chernobyl spiegata molto bene
Midnight in Chernobyl
The Untold Story of the World’s Greatest Nuclear Disaster
Adam Higginbotham
New York, Simon & Schuster, 2019
Arrivo tardi con questa recensione, soprattutto rispetto all’hype generata dalla miniserie l’anno scorso ma, non avendo mai avuto un abbonamento a Sky, sulle produzioni HBO arrivo sempre fatalmente un po’ dopo.
Non tutti i ritardi vengono per nuocere però, perché ho visto la serie solo dopo aver letto Midnight in Chernobyl di Adam Higginbotham, libro che è stata la compagnia ideale per le lunghe serate di quest’autunno e di confinamento. (Un altro vantaggio del ritardo: per una volta posso segnalare che il libro è stato pubblicato anche in italiano, da Mondadori, nella collana Le scie con il titolo Mezzanotte a Chernobyl, traduzione di Tullio Cannillo)
Il libro è il frutto di dieci anni di lavoro, numerosi viaggi nel paese, centinaia di ore di interviste con i protagonisti sopravvissuti al disastro, consultazione di lettere, diari inediti e documenti d’archivio più o meno recentemente desecretati. L’entità del lavoro appare evidente sfogliando pagine e pagine di note minuziose, ricca bibliografia, utili appendici, fotografie e mappe che occupano almeno un quarto del volume.
Nonostante ciò il testo, che pure è ponderoso (540 pagine nell’edizione originale), non è affatto noioso. A tratti è sicuramente complesso, per gli argomenti che tratta, ma l’autore sa prendere il lettore per mano e fornire in maniera chiara tutte le informazioni tecniche necessarie a capire sia il complesso funzionamento di un reattore nucleare sia i molteplici fattori che hanno prodotto catastrofe.
La narrazione è costruita in maniera avvincente, Higginbotham porta avanti molti fili paralleli, con una struttura narrativa simile a quella di un romanzo corale. Segue l’evolversi delle cure sui primi uomini contaminati (e nonostante le cure presto deceduti) nell’ospedale di Mosca specializzato nella cura della sindrome da radiazioni; ricostruisce minuto per minuto tutte le azioni compiute dagli uomini che si trovavano nella sala di controllo del reattore numero 4; racconta la storia, l’aspetto e la vita della città di Pripyat, quella che fu in seguito – e tardivamente – abbandonata; segue con tenacia e pazienza i fili intricati delle decisioni e delle responsabilità politiche nonché la gradualità delle informazioni fornite al mondo, a partire dall’iniziale omertà fino alle bugie e poi alle inevitabili se pur parziali ammissioni; descrive tutta la sequenza di tentativi fatti per fermare la fusione del nucleo scoperto del reattore e poi per costruire una struttura adatta a racchiuderlo per sempre; racconta le progressive definizioni ed estensioni della “zona proibita” attorno alla centrale e tutte le operazioni di bonifica condotte nella zona.
Una cosa che mi ha sorpreso, data l’entità del lavoro e la sua ottima qualità, è che si tratta del primo libro scritto da Higginbotham. Il giornalista britannico, classe ’68, scrive da anni per giornali e riviste fra cui il* New Yorker, Wired, *il *New York Times Magazine *elo Smithsonian Magazine. Ha dedicato dieci anni alla stesura di questo libro (ora pare che ne stia scrivendo uno una storia dello Space Shuttle) e credo che ne sia valsa la pena: è stato tradotto in 21 lingue, fa parte dei dieci migliori libri di nonfiction del 2019 selezionati dai critici del New York Times e ha vinto la *Andrew Carnegie Medal for Excellence in Non-fiction *del 2020.
Credo che la serie fosse già ampiamente in lavorazione quando il libro è uscito, è comunque un peccato che gli autori non abbiano potuto prendere ispirazione da questa fonte o avere l’autore come consulente. Sarebbero forse riusciti ad evitare almeno in parte, fatte salve le semplificazioni narrative necessarie per far entrare una vicenda monumentale in una miniserie in cinque episodi, uno dei difetti più macroscopici. Creando una contrapposizione dinamica fra buoni e cattivi, fra scienziati e burocrati, la serie fallisce del tutto nel rendere comprensibile la mentalità russa e la struttura del potere e della burocrazia, che è poi l’elemento essenziale alla base stessa della catastrofe. Nessuno scienziato eroico si è opposto fieramente come fanno i protagonisti della serie agli ottusi e spietati burocrati perché anche il più brillante e orgoglioso degli scienziati coinvolti nel programma nucleare è cresciuto, ha vissuto e si è formato nel “brodo” della cultura, della politica e della società russa, nel “sistema”. Non sono la follia, l’avidità, l’ottusità o l’egoismo di un “supercattivo” ad aver provocato la catastrofe, essa è il frutto di scelte individuali compiute all’interno di un organismo complesso, quello della società russa, che per la sua stessa natura le ha determinate. Ecco, la serie non riesce in nessun modo a far comprenderle allo spettatore le motivazioni delle scelte individuali dei protagonisti di questa tragedia, il libro invece sì (e se volete approfondire l’argomento, questo articolo del New Yorker fa per voi).
* * *
“And now, for something completely different!” (cit.)
Scherzi a parte, anche questa volta aggiungo un paio di segnalazioni bonus.
Se non avete ancora fatto il pieno di Chernobyl e volete un punto di vista diverso sul disastro, leggete il libro di Svetlana Aleksievič (giornalista bielorussa, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 2015) Preghiera per Chernobyl, un’opera corale e toccante che raccoglie le voci, le opinioni e i sentimenti dei sopravvissuti al disastro.
Se invece volete approfondire il discorso della serie, scoprire cosa è vero e cosa è inventato (al di là della nota che compare alla fine a proposito del personaggio di Ulana Khomyuk) e sapere cosa ne pensa Adam Higginbotham, ho trovato un’intervista in cui si è prestato a spiegare un po’ di cosette.