Tutto l’orrore dei campi di rieducazione dello Xinjiang nel resoconto di un ricercatore
D[arren Byler
In the Camps - China’s High-Tech Penal Colony
Columbia Global Reports, 2021
Lo Xinjiang è una regione situata all’estremità occidentale della Cina, confina con i paesi dell’Asia centrale e ospita una popolazione composta per la maggior parte da uiguri, turcofoni e musulmani, e in parte minore da cazachi, uzbechi e chirghisi. La percentuale di cinesi han, una volta in netta minoranza, è aumentata negli ultimi decenni, anche grazie a un programma specifico di sovvenzioni all’immigrazione volto a sinizzare la regione per uniformarla, dal punto di vista culturale e religioso, al resto della Cina.
Darren Byler è un etnografo, è ricercatore di antropologia alla School for International Studies della Simon Fraser University di Vancouver e, oltre che da numerose riviste scientifiche, i suoi scritti sono pubblicati da The Guardian, Foreign Policy, Noema Magazine, Prospect Magazine, Guernica, ChinaFile.
Nello Xinjiang Byler ha condotto il suo lavoro etnografico dal 2011 al 2018, entrando in contato con moltissime persone, intervistandole e raccogliendone le testimonianze per documentare trasformazioni che, nel corso dell’ultimo decennio, hanno subito un’accelerazione dai risvolti inquietanti. Concluse le sue ricerche sul campo, si è dedicato alla pubblicazione dei risultati del suo lavoro in diversi studi e a febbraio è uscito un suo libro dal taglio accademico (Terror Capitalism: Uyghur Dispossession and Masculinity in a Chinese City). Byler ha però sentito la necessità di comunicare a un pubblico più vasto gli eventi di cui è stato testimone e di rendere comprensibile a tutti che cosa significa, nell’arco di un decennio, essere soggiogati dalla sorveglianza. Ci è riuscito molto bene con In the camps. Se avete provato un brivido lungo la schiena guardando certi episodi di Black Mirror, la realtà raccontata in questo libro susciterà in voi genuino orrore. Se avete sentito una stretta al cuore leggendo le lucide riflessioni con cui Primo Levi analizzava le dinamiche di potere create dagli aguzzini all’interno dei campi di concentramento nazisti, troverete anche troppe analogie nei racconti degli scampati ai campi cinesi. Se siete familiari con il concetto foucaultiano di panopticon, qui ne troverete descritta un’applicazione talmente efficace da risultare agghiacciante.
Già nel 2014-2015 Byler registrava la sparizione dalle città e dai villaggi dello Xinjiang delle persone più influenti, nel contesto di una “lotta al terrorismo” ingaggiata dallo stato cinese al fine di reprimere le rivolte della popolazione, insofferente alla colonizzazione culturale e religiosa in atto. A partire dal 2017 il controllo sulla vita degli abitanti dello Xinjiang in nome di una fantomatica sicurezza della minoranza han, è diventato sistematico e pervasivo.
Nel libro Byler racconta come la tecnologia è gradualmente penetrata fin nelle aree rurali e si è trasformata in un sistema oppressivo: il monitoraggio retrospettivo dei comportamenti tenuti in rete dalle persone, attraverso applicazioni che scansionano i contenuti dei loro telefoni cellulari ogni volta che varcano uno degli innumerevoli posti di blocco che delimitano i quartieri delle città, può determinare il loro arresto e l’invio a un campo di rieducazione. All’interno dei campi, sofisticati strumenti di sorveglianza monitorano gli internati ventiquattr’ore su ventiquattro, condizionandone il comportamento in maniera capillare, fino a proibire loro di camminare, sedersi, parlare, cantare o persino chiudere gli occhi.
Le stesse tecnologie che hanno creato oggetti di uso quotidiano che ci semplificano la vita, come un cellulare o un sistema di riconoscimento facciale o vocale, sono diventate strumenti al servizio di uno spaventoso progetto di ingegneria sociale che interessa centinaia di migliaia di persone, finalizzato all’oppressione di un intero popolo e alla cancellazione della sua cultura, secondo uno progetto colonial-capitalista mascherato da “guerra al terrore”.
Il libro narra le storie emblematiche di alcune persone di etnia hui, uigura, cazaca e uzbeca, storie i cui dettagli sono stati confermati grazie all’analisi di [un’enorme database interno della polizia cinese ottenuto da *The Intercept*. Vera, studentessa all’Università di Washington tornata in patria per far visita al fidanzato, è stata internata nei campi di rieducazione per due anni. Queyser, un giovane uiguro di campagna, dapprima entusiasta all’idea di possedere uno smartphone e poter navigare in rete, è fuggito dal paese quando ha capito che le maglie della sorveglianza iniziavano a farsi troppo strette. Baimurat, un giovane disoccupato, è stato arruolato fra i dipendenti a contratto della polizia cinese per esercitare la sorveglianza prima ai posti di blocco nelle città e poi all’interno dei campi. Qelbinur, una professoressa uzbeca di religione musulmana, è stata costretta ad accettare il trasferimento dalla scuola in cui insegnava per assumere il ruolo di educatrice all’interno dei campi e racconta fra le lacrime la disumanizzazione distopica di cui è stata fatta complice e strumento. Adilbek ed Erbaqyt, due cazachi di mezza età, un allevatore e un camionista, entrati in Cina dal loro paese per questioni di lavoro, sono stati entrambi risucchiati dal sistema dei campi e brutalmente disumanizzati e sfruttati. Gulzira, giovane madre di un bambino piccolo, è stata prima rieducata in un campo per un anno e mezzo e poi mandata a cucire guanti in una fabbrica collegata ai campi, in cambio di una paga miserevole. Le fabbriche sorte intorno ai campi di detenzione e rieducazione, l’ultimo tassello di questo quadro a tinte fosche, alimentano un’economia e una concorrenza distorte proprio grazie allo sfruttamento del lavoro degli internati.
Se avete voglia di sentire In the camps descritto dalla viva voce del suo autore, Darren Byler ne parla in un podcast di MSNBC, in conversazione con Chris Hayes.
Se l’argomento vi interessa ma preferite una lettura in italiano, lo scorso autunno ADD ha pubblicato [Sopravvissuta a un gulag cinese, la testimonianza di Gulbahar Haitiwaji, una donna uigura emigrata da dieci anni in Francia con la famiglia, attirata in Cina con un pretesto, accusata di terrorismo e internata per tre anni in un campo di rieducazione, dal quale è uscita solo grazie alle pressioni del governo francese.