Miss Otter
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Rassegna di storie di vita vissuta – quattro podcast e un longform (bonus: la serie Netflix)

Piccolo sfogo. Giunti all’estate del 2023 si può dire senza troppa tema di smentita che i podcast sono diventati pervasivi: tutto è podcast, i podcast parlano di tutto e tutti ascoltano podcast.

Veleno](https://www.repubblica.it/podcast/storie/veleno/stagione1/), il capostipite dei podcast di indagine italiani, risale al 2017, nel frattempo è passata molta acqua sotto i ponti. Oltretutto da allora abbiamo attraversato anche una pandemia che ha regalato agli autori molto tempo per sperimentare e, a seconda dei punti di vista, ha migliorato o peggiorato la situazione.

Confesso che di recente ho sofferto di overload, di forme acute di binge listening (sgradevole, perché se finisci una serie in un pomeriggio e il giorno dopo ne inizi un’altra, in memoria ti resta poco o niente) e a tratti mi sento un po’ confusa. Anche con le podcast app non mi trovo sempre bene, per esempio quando si tratta di distinguere i titoli a seconda della produzione, per chi come me ritiene che l’informazione abbia una sua importanza.

Stando così le cose, credo che non abbia più molto senso fare una semplice rassegna dei miei ultimi ascolti, anche perché di recente ho divagato un po’ e, spinta dalla curiosità, sono spesso uscita dal seminato. Quindi, dato che un po’ mi sono affezionata alla mia funzione di “guida” e la vorrei mantenere, credo sia giunto il momento di dedicarsi a un lavoro di selezione più rigoroso.

Oggi, per esempio, ho trovato un filo logico che tiene insieme alcune delle produzioni che ho ascoltato di recente e mi sono piaciute di più.  Lasciando da parte per una volta il filone investigativo, ho deciso di proporvi alcune storie vere, racconti di vite o esperienze particolari che mi hanno appassionata.

Pyongyang Blues
Di Carla Vitantonio
10 episodi
Zanzibar produzioni
Giugno 2020

In una precedente segnalazione (quella dei tre podcast marini) ho sfiorato appena il tema, per me da sempre incredibilmente affascinante, della Corea del Nord. Questo paese impenetrabile di cui sappiamo pochissimo e che resiste, in mezzo al mondo globalizzato, in una posizione di quasi totale isolamento. Ebbene, frugando fra i libri di una casa editrice che apprezzo molto (la torinese ADD), ho scoperto per caso un podcast che racconta come si vive a Pyongyang, grazie a Carla Vitantonio, che ci è rimasta per quattro anni, prima insegnando italiano e poi lavorando per una ONG. Se anche voi siete affascinati dal mistero nordcoreano, vi consiglio di ascoltare questo podcast, per il racconto vivace delle esperienze vissute in prima persona e per la freschezza della narrazione. Pyongyang Blues è anche un libro, con lo stesso titolo, e – sempre con ADD – l’autrice ne ha pubblicati altri due, uno sul Myanmar e uno su Cuba, dove vive ora. Se avete apprezzato lo stile fresco e lo sguardo originale di questa narratrice, sapete come continuare l’esperienza.

Storia del mio nome
Di Sabrina Efionayi
5 episodi
Spotify Studios in collaborazione con Chora Media
Maggio 2022

Proseguo segnalando uno dei miei ascolti più recenti. Sono in colpevole ritardo rispetto all’uscita, l’ho recuperato solo dopo aver saputo che a giugno ha vinto il premio come Miglior Podcast ai Diversity Media Awards 2023.

La storia, raccolta in cinque episodi molto intensi, è raccontata in prima persona dalla sua protagonista, Sabrina Efionayi, italiana di madre nigeriana nata a Castel Volturno e affidata ancora in fasce a una donna italiana, che l’ha cresciuta rispettando il suo legame con la madre biologica. È la storia di una vita che, per quanto breve – la protagonista è poco più che ventenne – contiene già tantissime esperienze e molto dolore, e spalanca finestre su un’infinità di temi. C’è la prostituzione, a cui è costretta la madre biologica di Sabrina, arrivata in Italia al seguito di una Madame nigeriana sognando tutt’altra vita. C’è lo ius soli, con lo stupore e l’amarezza di una ragazza nata e cresciuta in Italia che a diciotto anni scopre di non essere italiana. C’è Black Lives Matter, con i suoi riflessi in territorio italiano, dove la presenza di persone di colore è ancora marginale (o meno visibile?) rispetto ad altri paesi. Ci sono la povertà, il razzismo, il rapporto madre-figlia in una doppia declinazione, la ricerca della propria identità, la discriminazione. Insomma, penso che il premio attribuito a questo podcast sia del tutto meritato, e sono grata a Sabrina per aver avuto il coraggio di raccontare la sua storia e avere permesso a me, che – come molte delle persone che frequento – vivo da sempre nel privilegio bianco dandolo per scontato, di mettermi in discussione. Anche in questo caso, se non ne avete avuto abbastanza, c’è un libro da leggere, pubblicato da Einaudi in Stile Libero Extra.

Figlie
Di Sara Poma
6 episodi
Chora Media per Rai Play Sound
Maggio 2023

Proseguo l’esplorazione di storie di madri e figlie con una vicenda non meno intensa della precedente. Sara Poma, che aveva già toccato il tema con Carla, una ragazza del novecento (il podcast che - a partire da un quaderno ritrovato - racconta la vita di sua nonna), con questo lavoro fa un passo in più in direzione di se stessa e allo stesso tempo un grande passo – che scavalca l’oceano e la porta fino in Argentina – in direzione di un’altra figlia. Sara incontra Sofia, sua coetanea, e scopre di avere qualcosa in comune con lei: il lutto per la perdita della madre. Silvia, la madre di Sofia, è desaparecida negli anni ’70. Viene sequestrata dai militari assieme alla figlia e non farà più ritorno a casa, mentre la bambina sarà riconsegnata ai nonni pochi giorni dopo il rapimento, assieme a un’altra bambina che era con lei e la cui madre sparisce assieme a Silvia.

Questo bel racconto a due voci mi ha profondamente colpita, per due ragioni principali. Prima di tutto perché affronta una vicenda tragica a cui in passato mi sono interessata molto, quella della dittatura argentina e dei desaparecidos, e poi perché, avendo anche io perso mia madre in giovane età, mi sono molto immedesimata con le due protagoniste e mi è piaciuto scoprire dalle loro parole come sono riuscite a elaborare il lutto. Infine, un altro filo sottile collega questo podcast al precedente: Sofia in Italia guadagnerà una nuova madre, nella persona della compagna del padre, e questo rapporto nel podcast è protagonista di un finale molto bello che non vi rivelo per non rovinarvi la sorpresa.

Io ero il milanese
Di Mauro Pescio
14 episodi
Rai Play Sound
Marzo 2022

Dopo tre storie tutte al femminile, facciamo spazio a una “quota azzurra”. Recupero e vi consiglio un altro podcast dello scorso anno, sempre una narrazione a due voci e sempre prodotto da Rai Play Sound. Senza nulla togliere ai tre podcast precedenti, ho lasciato questo lavoro per ultimo per dargli risalto, perché ritengo che sia straordinario.

Mauro Pescio è l’autore di altri podcast che ho ascoltato e apprezzato (qualcuno l’ho già segnalato: La piena, ad esempio, nella rassegna primaverile del 2021 e Genova per tutti, nel post dedicato ai fatti di Genova del 2001). Non vi ho ancora parlato invece, ma vale la pena di menzionarlo en passant, di La cattura. Quest’ultimo podcast (lo trovate su Audible) racconta la settimana di attività investigativa che nel 1993 ha preceduto la cattura di Totò Riina, adottando un formato radiofonico un po’ fuori moda, quello del radiodramma. Sulle prime ero molto scettica al riguardo e invece devo ammettere che l’esperienza è stata molto positiva, si tratta di un ascolto coinvolgente ed efficace. Poi beh, io ho avuto la fortuna, del tutto casuale, di ascoltarlo proprio nei giorni della cattura di Provenzano, e l’effetto è stato sensazionale.

Se con La Cattura ho avuto un’ottima dimostrazione delle capacità di Pescio come autore e sceneggiatore, Io ero il milanese me ne ha dato conferma. Il formato è completamente diverso (la bravura di un autore versatile sta anche in questo): nelle quattordici generose puntate in cui si articola il racconto Pescio dialoga con Lorenzo S., che racconta da capo a piedi la propria incredibile storia. L’autore interviene con riassunti, introduzioni, domande e incoraggiamenti e crea un sensibile, partecipe e affettuoso corollario all’intensa narrazione fatta in prima persona dal protagonista. Non voglio fare spoiler, perché la vicenda è estremamente avvincente e merita di essere seguita con attenzione e senza conoscerne il finale.

Vi dirò solo che si parla di criminalità, di amore, di dolore, di famiglia, di delitti e pene, di destino, di redenzione, di trasformazione, di vita insomma, in un racconto che, pur non toccando corde personali e sensibili come ha fatto Figlie, mi ha più e più volte commossa fino alle lacrime. E per chi non ne avesse poi abbastanza, anche in questo caso c’è il libro, edito da Mondadori.

Jessica Pressler
How an Aspiring ‘It’ Girl Tricked New York’s Party People — and Its Banks
New York Magazine’s The Cut
28 maggio 2018

Chiuso il capitolo podcast, passiamo alla segnalazione di un longform. È un pezzo del 2018, l’avevo nel cassetto da tanto tempo, ma in questo contesto sta proprio bene, fosse anche solo come invito a rileggerlo.

Si tratta del racconto, dalla penna di Jessica Pressler, dell’incredibile figura di Anna Sorokin (in arte Anna Delvey) e delle sue scorribande newyorkesi. Riassumere questa vicenda è molto difficile ma ci voglio provare, in un solo, eccessivo paragrafo. È la storia di una ragazza di origine russa che, usando uno pseudonimo e fingendosi una giovane ereditiera tedesca appassionata di arte e dotata di un cospicuo fondo a suo nome, è riuscita, spendendo una valanga di soldi che non possedeva e indebitandosi in maniera vertiginosa, a insinuarsi nel bel mondo newyorchese, conoscere molte persone importanti, partecipare agli eventi più esclusivi e (quasi) convincere alcune banche a finanziare l’acquisto di un palazzo di cinque piani nel cuore di Manhattan, nel quale progettava di stabilire la sede della sua (omonima) fondazione, creare un club esclusivo con diversi ristoranti, ospitare prestigiose mostre d’arte e chi più ne ha ne metta. Per fare solo un paio di esempi di quanto questa storia possa essere incredibile: ad aiutarla ad assicurarsi un prestito è stato Gabriel Calatrava, figlio del celebre architetto, e lei diceva a tutti che, in occasione dell’inaugurazione della sua fondazione, Christo in persona avrebbe impacchettato il palazzo.

Ricordo che, quando lessi questo articolo, rimasi totalmente affascinata dal personaggio: giovane, intelligente, intraprendente, incredibilmente sicura di sé e spregiudicata. Eppure, ancora oggi ogni tanto mi domando quale abisso risieda nell’animo di una mitomane di questo calibro. Non riesco a figurarmi semplicemente un’ambiziosa ragazza di umili origini determinata a scalare il mondo del Jet set newyorchese. Ci sono tante ombre nel suo comportamento, quasi come se vi convivessero due lati opposti: da una parte una giovane donna sfrontata e affascinante, capace di tenere testa a chiunque, dall’altra una ragazza estremamente sola, una piccola mitomane manipolatrice e piagnucolosa. Questo genere di figure enigmatiche per me è sempre un magnete, quindi tanto di cappello a Jessica Pressler per il ritratto indelebile che ne ha fatto.

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Eccoci al momento del bonus: questa storia era troppo golosa per affascinare solo me. Non è certo una sorpresa, ma se qualcuno non avesse ancora fatto il collegamento, è ora di ricordare che, da questo longform, Netflix e Shonda Rhimes (la produttrice di Grey’s Anatomy e di Bridgerton, per dirne un paio) hanno tratto la miniserie Inventing Anna.

Se non l’avete ancora vista, avete la fortuna di poter leggere prima l’indagine di Jessica Pressler (e mi ringrazierete). Se l’avete già vista, beh, io vi consiglio di leggerla comunque, per capire da dove tutto è cominciato. Il mio giudizio sulla serie però, pur ben fatta, è un po’ “meh”. Ci sono essenzialmente due cose che non mi hanno convinta. La prima è il fatto che le scelte di sceneggiatura e di costruzione narrativa hanno portato a introdurre, in parallelo alla storia di Anna, quella della giornalista autrice dell’indagine, trasformandola in personaggio in maniera gratuita se non addirittura un po’ forzata. La seconda è prevedibile, visto quanto ho detto sopra a proposito di Anna: Julia Garner è davvero molto brava e non dubito che abbia fatto il possibile con la sceneggiatura che le hanno affidato, ma rendere un personaggio contemporaneo, poco conosciuto e tanto enigmatico è davvero un’ardua impresa, forse un po’ spregiudicata e non del tutto riuscita. L’impressione che ne ho ricavato è che, cercando di esplicitare il non detto, se ne sia fatto un ritratto bidimensionale. Forse sarebbe stato meglio prendersi più tempo, coinvolgere la stessa Anna, e fare un documentario.