Miss Otter
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C’è un altro libro da leggere su Edward Snowden e il datagate

Barton Gellman
DARK MIRROR
Edward Snowden and the American Surveillance State
New York, Penguin Press, 2020

Barton Gellman ha pubblicato quest’anno il suo libro sullo scandalo del Datagate, innescato dalle rivelazioni di Edward Snowden, fuggito dagli Stati Uniti con una mole enorme di documenti destinati a far luce sui programmi di sorveglianza della National Security Agency. Sulla vicenda sono usciti, a ridosso degli eventi, numerosi articoli sul quotidiano britannico Guardian, sul tedesco Der Spiegel e sull’americano Washington Post (a Guardian e Washington Post è andato il premio Pulitzer per il miglior giornalismo di pubblico servizio nel 2104), alcuni film, tra cui segnalo *Citizenfour*, il documentario di Laura Poitras vincitore del premio Oscar nel 2015 e di cui è protagonista lo stesso Snowden, diversi libri, tra cui No Place to hide, il resoconto fatto da Glenn Greenwald a un anno di distanza dagli eventi che l’hanno visto coinvolto in prima persona, e Permanent Record, il resoconto dello stesso Snowden, uscito lo scorso anno e pubblicato in Italia con il titolo Errore di sistema.

Sette anni dopo, è tempo di leggere la versione di un altro dei protagonisti della vicenda. Barton Gellman, l’unico dei giornalisti scelti da Snowden come depositari delle sue rivelazioni che non sia volato a Hong Kong a incontrarlo subito dopo la sua fuga (fu per lui una decisione molto sofferta). Gellman in questi sette anni ha fatto un accurato lavoro di analisi dell’enorme mole di documenti affidatigli da Edward Snowden, avvalendosi dell’aiuto di numerosi esperti di sicurezza informatica e confrontandosi sugli argomenti più controversi con molte figure di spicco nella comunità dell’intelligence americana. Figure che, se nei primi anni successivi allo scandalo avevano rifiutato con sdegno di rispondere a chi secondo loro si era macchiato di complicità con il “traditore”, dopo la vittoria di Trump nel 2016 e il trattamento non sempre garbato riservato dal nuovo presidente all’intelligence americana, si sono gradualmente ammorbiditi. Il suo lavoro di approfondimento è prezioso perché ci porta nei dettagli del funzionamento della macchina della sorveglianza e perché Gellman ha fatto un grande sforzo interpretativo per cercare di rendere comprensibile una materia oscura e cavillosa a furia di metafore, analogie e spiegazioni minuziose di dettagli tecnici, senza mai perdere la propria bussola etica e morale e la lucidità necessaria a smontare le fallacie argomentative dei suoi interlocutori e detrattori. Quello che ci spiega, in estrema sintesi, è che l’NSA è riuscita a costruire un diagramma sociale in tempo reale di chi parla con chi nel mondo. Non solo di terroristi ma di tutti noi. Questo database è storico, costantemente aggiornato e include funzioni di ricerca automatica, questo significa che è possibile recuperare dettagli sulla vita privata, sentimentale, professionale, politica di ciascuno di noi in qualunque momento e molto rapidamente.

Parallelamente allo studio dettagliato delle informazioni ricevute, Gellman racconta l’accidentata evoluzione del suo rapporto con Snowden, che ha fin dall’inizio nutrito una forte diffidenza verso il giornalista. Pur stimandolo per le capacità dimostrate in molti anni di carriera e per il suo lavoro sui temi della sicurezza nazionale (ben tre premi Pulitzer, di cui uno per le sue inchieste sull’ex vice presidente Dick Cheney, poi sviluppate in un bestseller: Angler - the Cheney Vice Presidency) Snowden lo riteneva troppo vicino ad ambienti governativi e troppo poco indipendente rispetto al sistema dei media tradizionali. Gellman è senza dubbio una figura diversa da quelle di Poitras e Greenwald, i primi giornalisti a cui Snowden si è rivolto, apprezzandone l’attivismo e condividendone gli slanci ideali, e rispetto agli altri due è meno incline a riconoscere al giovane informatico il ruolo di eroe della patria e non gli risparmia critiche rispetto alla sua scelta e ai suoi fondamenti ideologici. Scrive Gellman nell’introduzione al libro: “Il lettore ha diritto di sapere fin d’ora che io ritengo che le rivelazioni di Snowden abbiano avuto più effetti positivi che negativi e tuttavia sono pronto ad accettare (mentre lui non lo è) che abbiano comportato un danno per l’intelligence.”

Oltre che dalle pagine in cui Gellman descrive i suoi incontri virtuali o di persona con Snowden, il testo è punteggiato dal resoconto degli incontri con molti esponenti della comunità dell’intelligence americana e con esperti di sicurezza informatica. Molto belle sono le pagine in cui traccia un profilo biografico del suo collaboratore, il tecnico informatico e ricercatore Ashkan Soltani, e racconta come ha gradualmente e faticosamente stabilito un rapporto di fiducia con lui prima di ingaggiarlo. Bellissime sono anche le pagine in cui, nella prima parte del libro, descrive il modo in cui, con lo scoop rovente di Snowden per le mani, ha approcciato il Washington Post, il giornale per il quale aveva lavorato per ventun anni ma che aveva lasciato tre anni prima. Nel frattempo al Post era cambiato il direttore e Gellman non conosceva quello nuovo se non per la fama che lo precedeva: si trattava di quel Marty Baron che, alla direzione del Boston Globe, aveva guidato la squadra dello scandalo Spotlight (segnalo in proposito il film omonimo, Oscar 2016 per il miglior film e la migliore sceneggiatura originale). Dopo aver spiegato per sommi capi e con molte reticenze ai responsabili del giornale e ai loro legali i contorni della storia che si trova fra le mani e aver formulato una serie di richieste apparentemente assurde a tutela della sicurezza delle informazioni in suo possesso e dell’anonimato della fonte, Gellman si confronta a tu per tu con Marty Baron e gli chiede di impegnarsi in prima persona in questa avventura. Ho tradotto per voi questa scena:

“Ok,” disse Baron. “Okay?” dovetti farglielo ripetere. “Okay. Voglio la storia. Possiamo lavorare alle tue condizioni. Faccio preparare un piano per la sicurezza e un contratto per te. Quando posso incontrare Laura?” Mi sentii come se avessi trattenuto il fiato molto a lungo. Lo lasciai uscire. “Posso parlarti in privato?” chiesi. Ci spostammo in una stanza vuota dall’altra parte del corridoio, Baine ci seguì. Estrassi dalla mia borsa un piccolo pacchetto rettangolare. Un hard disk, clonato due notti prima. Pandora. Avevo bisogno di un posto sicuro per questo backup e dovevo essere certo che il Post fosse con me fino in fondo. Mi espressi in maniera volutamente vaga. “È possibile che saltino fuori altri documenti. Altre storie. Vorrei che tenessi questo al sicuro per me.” Un’altra velata allusione, il meglio che mi fosse venuto in mente. Il disco era criptato e non gli avrei lasciato le chiavi. Neanche davanti a un mandato Baron avrebbe potuto accedervi o affermare di conoscerne i contenuti. Poteva fare delle ipotesi, ma dei suoi pensieri non doveva rispondere a nessuno. Condividere la custodia dell’archivio non avrebbe alleggerito la mia posizione, non formalmente. Il primo emendamento vale per tutti. Per quanto incerta fosse la protezione che offriva, qualunque legge scudo o precedente giurisprudenziale si applicasse, in teoria avrebbe dovuto proteggere anche un giornalista freelance. In pratica, nella cultura legale dell’America del ventunesimo secolo, l’appoggio di una grande testata avrebbe limitato le possibilità del governo. Buttare giù la porta del mio appartamento era una cosa, mandare degli agenti a mettere a soqquadro la redazione del Post era un’altra. Persino una citazione scritta con ogni riguardo poteva avere delle conseguenze politiche. Baron mi aveva già promesso molto. La prima storia pubblicata avrebbe messo il sigillo di legittimità giornalistica al mio rapporto con la fonte. Coprire le mie spese legali mi avrebbe alleggerito di un peso. Ma il Post non poteva estendere a chiunque i propri privilegi non scritti. Solo assumendosi i miei stessi rischi avrebbe fatto pienamente sue la storia e la mia difesa legale. Avevo bisogno di sapere che anche Baron avrebbe avuto qualcosa da perdere. Tenni in mano l’hard disk, col palmo verso l’alto, all’altezza del fianco. Sembrava più una richiesta che un’offerta. Avrebbe accettato? Da sopra la mia spalla destra, Baine intervenne. “Marty, in qualità di legale dell’azienda, non posso consigliarti di farlo”, disse. Chiusi gli occhi. Li riaprii. Volevo obiettare, contestare la sentenza, ma non avevo motivi per farlo. Baine mi aveva detto che di fronte a un conflitto di interessi non avrebbe taciuto. Ecco. Questo era il punto in cui il mio interesse e quello del giornale divergevano. Baron aveva accettato di pubblicare una storia. Baine, immaginavo, sapeva che io mi muovevo su un terreno più accidentato, con in mano Dio solo sa quali e quante informazioni. Non c’era ragione per cui Baron dovesse infilarsi con me in quel ginepraio. Sapevo cosa stava per succedere. Baine avrebbe analizzato e specificato l’impegno del Post. Avrebbe elencato termini e condizioni. Trattenni il fiato, ma l’avvocato non disse altro. Si fece silenzio. Ci misi un po’ a rendermi conto che Baine aveva finito. Avevo frainteso. Il suo silenzio divenne un segnale flebile ma elettrizzante.  Non ci sta provando davvero. Non ci sta provando per niente*.* Baine aveva indicato un limite legale, niente di più. Con ogni probabilità quelle parole erano letteralmente il minimo che potesse fare. Se avesse voluto impedire quella transazione avrebbe potuto delineare scenari da incubo, evocare i fantasmi di battaglie legali del passato, far notare che non avevo nemmeno detto cosa c’era dentro il pacchetto che avevo in mano. Avrebbe potuto prendere in disparte Baron e dirgli che una decisione del genere non spettava a lui. Williams & Connolly rappresentavano tutta l’azienda. Baine poteva salire due piani di scale e andare a parlare con l’editore. Non lo fece. Non fece nulla di tutto ciò. Anche le poche parole che aveva pronunciato erano sfumate. “Non posso consigliarti” non ha lo stesso effetto di “ti sconsiglio”. Cazzo, avrebbe potuto dire “Marty, fermati. Non prendere quel pacchetto, dobbiamo parlare.” Baine aveva offerto a Baron una comoda via d’uscita, su questo non c’era dubbio. Molti direttori, molti dirigenti, in qualunque settore, ne sarebbero stati felici. Se Baron avesse deciso di farsi carico di questo fardello senza consultare i piani alti, se ne sarebbe assunta la responsabilità. Baron annuì. Messaggio ricevuto. Ho capito dov’è il limite.  “Lo faccio.” disse. Tese la mano. La risposta era affermativa. Sì alla storia, sì all’hard disk, sì a tutte le mie richieste assurde. Pensai di avere qualcosa in un occhio. Mi sforzai di non rendermi ridicolo. Il Post era ancora il Post. Ero a casa.