Miss Otter
Miss Otter

Cosa ho imparato sul Ruanda

Philip Gourevitch
Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie. Storie dal Ruanda
Torino, Einaudi 2000
Traduzione di Norman Gobetti

L’anno scorso al festival di Internazionale, alla conferenza “Ruanda, scrivere il genocidio” ha partecipato Philip Gourevitch, firma del New Yorker, autore del libro “*Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie. Storie dal Ruanda” *(oggi irreperibile in libreria). Negli anni mi ero informata sul tema in vari modi, leggendo articoli e vedendo film e documentari, ma dopo aver sentito parlare Gourevitch ho deciso di leggere il suo libro, nell’ottima traduzione di Norman Gobetti. Ne è valsa la pena, è faticoso, doloroso, complesso, ma anche molto ben documentato e spiega molto bene che cosa è successo laggiù in quegli anni.

Ci sono molte cose nel libro che mi hanno colpita, alcune sono piccoli dettagli, altre sono visioni d’insieme. La prima è questa, Gourevitch durante uno dei suoi soggiorni nel paese, a un certo punto si rende conto che gli manca un suono.

C’era un lugubre silenzio nelle notti ruandesi. Quando gli uccelli smettevano di cantare non si udivano altri animali. Non ne compresi la ragione finché non notai l’assenza di cani. In quale paese non ci sono cani? Cominciai a farci caso, nei mercati, per strada, in campagna, fuori dalle chiese, nei cortili scolastici, nelle fattorie, nei cimiteri, nelle discariche e nei giardini fioriti delle ville di lusso. Una volta, lungo un sentiero tra le colline, mi parve di vedere un ragazzo con un cane al guinzaglio. Ma si trattava di una capra tenuta per una corda. I contadini senza cani? I bambini senza cani? La povertà senza cani? C’erano invece un sacco di gatti – i primi animali a sparire nelle carestie, ma non erano le carestie il problema del Ruanda –, e iniziai a domandarmi se in Ruanda i gatti non fossero per caso usciti vincitori dal loro sempiterno conflitto con il genere canino.

Feci qualche domanda, e scoprii che fino al momento del genocidio nel paese i cani non scarseggiavano. Le espressioni usate dalla gente per descrivere la popolazione canina del passato erano “numerosa” e “normale”. Ma poi, man mano che avanzavano da nordest attraverso il paese, i guerriglieri dell’RPF avevano sparato a tutti i cani.

Cosa aveva l’RPF contro i cani? Tutti coloro a cui lo domandai mi diedero la medesima risposta: i cani mangiavano i morti. “Si vede nei film”, mi disse qualcuno, e da allora ho visto più cani ruandesi sui monitor televisivi di quanti  ne ho visti girare per il paese – accovacciati sul tipico terriccio rosso, sulle pile di cadaveri caratteristiche di quel periodo, nella posizione assunta solitamente da quelli della loro specie per cibarsi.

Nella tarda estate del 1994 anche i caschi blu della MINUAR sparavano a vista ai cani. Dopo mesi che in Ruanda ci si domandava se le truppe dell’ONU sapessero sparare, dato che non avevano mai fatto uso delle loro armi di prima qualità per fermare lo sterminio dei civili, i soldati della missione di pace dimostrarono di avere un’ottima mira. La cosiddetta comunità internazionale aveva tollerato il genocidio, ma, a quanto mi dissero, l’ONU considerava i cani che si cibavano di cadaveri un problema sanitario che andava risolto.

Due altri passaggi mi hanno fatto riflettere sui “caratteri di un popolo”, sempre che esista una cosa identificabile come “carattere di un popolo”, senza che questo significhi cadere nel luogo comune, nella generalizzazione, o peggio nel razzismo. Eppure, almeno questo primo brano che parla di carceri racconta qualcosa di lontanissimo dal nostro carattere, a mio parere.

Benché fossero tutti accusati di terribili atti di violenza, i detenuti accalcati uno sull’altro dentro le prigioni erano in genere calmi e disciplinati; si diceva che le risse fossero rare, e non si conoscevano casi di omicidi. I visitatori in genere ricevevano una calorosa accoglienza, sorrisi e strette di mano. Al carcere femminile di Kigali trovai trecentoquaranta donne, miseramente vestite nel calore soffocante, distese sul pavimento dei corridoi e di poche celle sovraffollate; tra le loro gambe camminavano carponi i bambini, e in un angolo due suore in impeccabili abiti bianchi, anch’esse detenute, dicevano messa. Nel penitenziario di Butare capitai nel bel mezzo di un temporale: un gruppo di vecchi in piedi nel cortile si copriva la testa con pezzi di plastica, mentre alcuni ragazzini, ammassati in una piccola cella, cantavano in coro Alouette. Nella sezione maschile del carcere di Kigali, il capo dei prigionieri e il suo aiutante, che si faceva largo tra le fila serrate dei detenuti agitando un bastone, mi mostrarono gruppi acrobatici, cori musicali, una squadra scout e tre uomini che leggevano Tintin. Il capo gridava di continuo, “C’è un giornalista degli Stati Uniti”, e i prigionieri si accovacciavano ai nostri piedi, applaudivano meccanicamente e accennavano una sorta di inchino. Ecco, pensai, la famosa mentalità gregaria di cieca obbedienza all’autorità a cui spesso ci si richiamava nelle interpretazioni del genocidio.

Tra le mura delle prigioni si erano ricostituite le solite gerarchie ruandesi: “intellettuali”, funzionari pubblici, professionisti, ecclesiastici e commercianti erano sistemati alla meno peggio nelle celle, mentre le schiere di contadini e operai si accalcavano in cortili privi di qualunque protezione dalle intemperie, accovacciati negli ossuti recessi tra gli arti dei loro vicini, in tutto e per tutto in balia dei propri leader. Come facevano a sopportare quella situazione? Perché non si ribellavano? Perché i tentativi di fuga erano così rari, benché il sistema di sorveglianza fosse minimo? Una folla inferocita di cinquemila prigionieri avrebbe potuto valicare senza difficoltà le mura del penitenziario centrale di Kigali, destabilizzando la capitale, e mettendo seriamente in crisi il tanto odiato governo e magari scatenando anche un più generale moto di ribellione. Nessuno riusciva a spiegare fino in fondo la passività che regnava nelle prigioni; la cosa più probabile era che, essendosi sempre sentiti dire che l’RPF li avrebbe trucidati, e ritrovandosi invece a ricevere con regolarità amichevoli visite da parte di cooperanti internazionali, giornalisti e diplomatici, i prigionieri fossero talmente esterrefatti di essere ancora vivi che preferivano non mettere ulteriormente a repentaglio la propria sorte.

[…]

A Gitarama più di seimila uomini erano stipati in uno spazio destinato a non più di settecentocinquanta detenuti, il che significava una densità di quattro persone per metro quadrato. I prigionieri erano costretti a stare in piedi giorno e notte, o seduti in mezzo alle gambe di quelli che erano in piedi, e anche nella stagione secca il pavimento era coperto da uno strato di condensa, urina e rifiuti alimentari. I piedi, le caviglie e talvolta le intere gambe dei prigionieri accalcati si gonfiavano fino a due o tre volte la misura normale e tendevano ad atrofizzarsi, ad andare in cancrena e a infettarsi, e già centinaia di detenuti avevano dovuto subire amputazioni.

[…]

Il giorno della mia visita alla prigione di Gitarama, i seimilaquattrocentoventiquattro detenuti formavano una massa apparentemente compatta, e per avanzare tra di loro dovetti misurare con cura ogni passo. Era difficile immaginare come avesse fatto quella gente a incastrarsi in quel modo – quale arto appartenesse a quale corpo, o perché una certa testa sormontava tre gambe senza un busto. Molti avevano i piedi gonfi, e tutti erano vestiti di stracci.

Eppure i volti non lasciavano trasparire la sofferenza che tormentava i corpi. L’espressione lucida, calma e risoluta delle persone chiuse in prigione le rendeva praticamente indistinguibili da quelle di fuori. Ogni tanto coglievo lo scintillio nervoso di occhi da folle, o uno sguardo furtivo di inquietante brutalità, ma per lo più facendomi avanti in mezzo alla folla ricevevo come al solito sorrisi, saluti e strette di mano.

Non so, ma una mitezza, una remissività, una rassegnazione simili a me sembrano totalmente inconcepibili, viste le atroci circostanze sia storiche che contingenti. Da noi anche l’ultimo dei farabutti gravato dai  peggiori sensi di colpa se costretto a una situazione tanto intollerabile avrebbe levato alti lamenti, o quantomeno tentato di sottrarsi con la fuga.

Invece in questo passaggio vedo l’altra faccia della stessa medaglia, una faccia tanto sorprendente quanto bella, nella sua semplicità.

 Date le circostanze si sarebbe potuto supporre che il sogno di un ritorno avrebbe perso il suo fascino per i tutsi della diaspora; che la gente che, all’estero, nella sicurezza delle proprie case veniva a sapere dello sterminio di genitori e fratelli, cugini e parenti acquisiti, avrebbe rivalutato l’idea di una morte naturale in esilio e avrebbe scelto di rimanerci per sempre. Si sarebbe potuto supporre che se non altro per cercare di non impazzire quelle persone avrebbero rinunciato una volta per tutte all’idea di chiamare ancora il Ruanda “casa”. E invece molti esuli si affrettarono a tornare in Ruanda senza neanche attendere che si asciugasse il sangue dei massacri. Decine di migliaia rientrarono nel paese al seguito dell’RPF, ed entro breve ne giunsero altre centinaia di migliaia. Alle frontiere le colonne degli hutu in fuga lasciavano il posto a quelle dei tutsi di ritorno.

I ruandesi rientravano in patria da tutta l’Africa, e anche da più lontano – da Zurigo e Bruxelles, da Milano, Toronto, Los Angeles e La Paz. Nove mesi dopo la liberazione di Kigali più di settecentocinquantamila ex esuli tutsi (e quasi un milione di vacche) erano rientrati in Ruanda, rimpiazzando quasi completamente i morti. Raccontando come a Kigali si incontrassero ben pochi visi familiari, Bonaventure non si riferiva solo alle persone mancanti, ma anche ai nuovi arrivati. Se un ruandese mi chiedeva da quanto tempo mi trovavo in Ruanda, a volte io chiedevo lo stesso a lui, e spesso la persona con cui parlavo era nel paese da meno di me. Quando poi domandavo a qualcuno perché era tornato di solito ricevevo risposte vaghe – per dare un’occhiata, per scoprire chi era ancora vivo, per vedere se c’era modo di dare una mano – e quasi sempre il mio interlocutore aggiungeva, “È bello essere a casa”.

Ancora una volta lo strano piccolo Ruanda presentava al mondo uno scenario epico senza precedenti storici. Anche i leader dell’RPF – che pure avevano lavorato per anni sulla rete della diaspora diffondendo una coscienza politica, raccogliendo fondi e reclutando militanti – restarono esterrefatti dalle proporzioni del fenomeno. Cosa aveva spinto queste persone, che nella stragrande maggioranza non avevano mai messo piede in Ruanda, ad abbandonare le loro vite relativamente agiate e sicure per trasferirsi in un cimitero? Una parte certo la giocarono l’irrisolto senso di emarginazione, i disagi dell’esilio e il ricordo, o il desiderio, di una patria. E contò anche una diffusa volontà di sconfiggere il genocidio, di ritrovarsi numerosi in un luogo da cui li si sarebbe voluti cancellare. Ma in molti il senso di appartenenza si mescolava a esplicite ragioni di interesse.

Un altro passaggio cruciale del libro è quello che segue, in cui Gourevitch tenta - invano - di dare una spiegazione del genocidio, riuscendo però in una mirabile sintesi dei molteplici e variegati fattori che hanno portato a quell’evento, e arrivando a una conclusione davvero agghiacciante:

Una volta quasi tutto il Ruanda era una foresta come il Nyungwe, un fitto intrico di vegetazione solcato da strisce di nuvole basse. Ma secoli di sfruttamento intensivo avevano fatto sparire le foreste, e al tempo della mia visita anche i declivi più ripidi erano ormai terrazzati, tenuti a pascolo o coltivati, ombreggiati solo alla sommità da una residua corona di alberi ad alto fusto. L’intensità con cui veniva utilizzato ogni tratto di terra disponibile forniva una prova evidente della densità di popolazione del Ruanda e della competizione per le risorse che ne derivava. E in effetti, a parere di alcuni, l’origine del genocidio andava individuata in elementari ragioni economiche: “Il bottino tocca al vincitore” e “Non c’è spazio a sufficienza per entrambi”, come se i massacri fossero stati una specie di meccanismo darwiniano per il controllo della popolazione.

Senza dubbio gli assassini erano mossi almeno in parte dalla speranza di ottenere benefici materiali e maggiore spazio vitale. Ma perché allora il Bangladesh, o un qualsiasi altro paese terribilmente povero e terribilmente affollato, non ha avuto un genocidio? Non basta la sovrappopolazione a spiegare perché centinaia di migliaia di persone accettarono di ammazzare in poche settimane quasi un milione di loro vicini. Nulla lo può davvero spiegare, anche assommando tutti i diversi fattori: le diseguaglianze precoloniali; la fanatica pervasività e la centralizzazione gerarchica del sistema amministrativo; il mito camitico e la polarizzazione radicale sotto la dominazione belga; le uccisioni e le espulsioni iniziate con la rivoluzione hutu del 1959; la crisi economica della fine degli anni ’80; l’opposizione di Habyarimana al ritorno dei rifugiati tutsi; il disorientamento creato dal pluralismo politico; l’attacco dell’RPF; la guerra; l’estremismo dell’hutu power; la propaganda; le prime carneficine di esercitazione; la massiccia importazione di armi; la minaccia di democratizzazione e integrazione che il processo di pace rappresentava per l’oligarchia; l’estrema povertà, ignoranza, superstizione e paura di una massa contadina atterrita, remissiva, stipata e in gran parte alcolista; l’indifferenza del mondo esterno. Mescolando questi vari ingredienti si ottiene un’eccellente ricetta per un genocidio, al punto che diviene facile considerarlo inevitabile. E tuttavia la decimazione rimane un evento totalmente gratuito.

Ancora un brano, questo parla di politica, e le categorie che evoca trascendono decisamente la contingenza del Ruanda per estendersi a tutto il mondo moderno:

Talvolta sembrava che i ruandesi avessero sostituito alle belle arti la politica: l’arte del governo, nel grande e nel piccolo, ai vertici dello stato come nelle più basilari dinamiche della vita quotidiana. Cos’era del resto la disputa tra sostenitori di un “nuovo ordine” e seguaci delle “vecchie mentalità” se non uno scontro tra due rappresentazioni fondamentalmente opposte della realtà del paese? Dopo un secolo in cui i ruandesi si erano lasciati soggiogare dalla mistificazione della leggenda camitica, la cui pervasività aveva infine prodotto il mondo alla rovescia del genocidio, l’RPF e i suoi alleati anti hutu power dipingevano la propria lotta contro l’annichilimento come una ribellione in nome del realismo. “Onestà” era tra le loro parole preferite, e la loro teoria fondamentale era che la maggiore verità dovesse essere la base di un maggiore potere. Date le circostanze, per l’hutu power l’ultima spiaggia stava al contrario nel sostenere – nel consueto stile d’attacco a testa bassa – che anche l’onestà e la verità erano un artificio, non la fonte del potere ma piuttosto il suo prodotto, e che l’unico criterio per distinguere il giusto dallo sbagliato era la concreta forza di un’imbastardita “legge della maggioranza”.

Vista in questi termini, la guerra a proposito del genocidio può essere considerata una vera e propria guerra postmoderna: una battaglia tra chi crede che la realtà che abitiamo, essendo il frutto della nostra immaginazione, possa essere indifferentemente considerata vera o falsa, valida o nulla, giusta o ingiusta, e chi invece ritiene che le interpretazioni della realtà possano – o meglio, debbano – essere giudicate giuste o sbagliate, buone o cattive. Ma mentre le discussioni accademiche intorno a questi temi spesso esibiscono un’assurda rarefazione, in Ruanda la diatriba intorno all’oggettività o meno della verità era una questione di vita o di morte.

In estrema sintesi: il relativismo a colpi di machete.

Il dato ultimo e per me principale però, quello che fa più rabbia, riguarda le responsabilità e le colpe dei paesi occidentali, sia di quelli d’epoca coloniale che di quelli che hanno evitato di intervenire al momento del genocidio (leggi gli Stati Uniti, Madeleine Albright in testa), che di quelli che sono intervenuti a sproposito, e molto probabilmente in malafede (leggi la Francia), ma per spiegare tutto questo non basta un paragrafo, bisogna leggere il libro.